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Streaming: Spotify e gli altri stanno cambiando il modo di fare musica?

Il 2017 è l’anno in cui lo streaming è diventato il traino dell’industria musicale. Quanto e come sta cambiando il concetto stesso di musica nell’era della digitalizzazione pura?

Dove sta portando lo streaming? Se ad inizio anno gli analisti hanno dipinto un quadro di rinascita per tutta l’industria, proprio grazie al successo che stanno avendo Spotify e compagnia, uno dei siti musicali di punta, Pitchfork, si chiede che impatto stiano avendo sull’effettiva qualità della musica.

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Quei 30 secondi maledetti

Le regole di Spotify parlano chiaro. Per poter essere conteggiato nelle chart, ogni pezzo deve essere riprodotto per almeno 30 secondi. Finestra temporale che starebbe cambiando le regole del pop, stando a una ricerca pubblicata dal sito americano. Mediante interviste ad addetti ai lavori, l’articolo fa notare che hit come Despacito siano ormai “ottimizzate” per catturare tutta l’attenzione dell’ascoltatore all’inizio del brano. Altri pezzi, come Swish Swish di Katy Perry, sarebbero invece creati a tavolino per attirare l’attenzione tramite intro sonore familiari e facilmente riconoscibili, in questo caso ottenuta grazie ad un noto campione di Fatboy Slim.

Un panorama musicale appiattito

Non è la prima volta che emergono dubbi su come lo streaming stia cambiando il funzionamento dell’industria musicale direttamente alle basi. Che il medium di distribuzione del contenuto musicale sia sempre stato decisivo non lo scopriamo oggi, non per caso il concetto di album è nato in seguito all’arrivo degli LP a 33 giri e della maggior durata di riproduzione che consentivano. Gli sconquassi odierni, però, potrebbero essere più profondi.

Che formato si imporrà con lo streaming?

Nel 1992 le musicassette erano ancora il primo formato per il consumo musicale, e gli album raggiungevano una media di 12,5 pezzi. Il dominio del compact disc ha portato ad una migliore funzionalità d’ascolto, grazie alla possibilità di saltare tracce a piacere e tornare indietro con un semplice tasto. Via via che il CD ha preso piede, le tracce per album sono aumentate alla media di 15,8 registrata nel 2003. Già, il 2003. Proprio in quel periodo stava decollando il mercato digitale, che nel corso di tre lustri scarsi ha limato verso il basso questo valore. Oggi l’album medio contiene 14,17 tracce, ma la stima potrebbe diminuire ulteriormente, via via che i musicisti aggiusteranno il tiro in base allo streaming. Sono interrogativi che interessano molto agli addetti ai lavori, da sempre in cerca di predire i modelli futuri e capire chi e cosa potrà aver successo. Quel che è certo è che pochi, al momento, sono disposti a scommettere su un futuro radioso per il formato-album.

La digitalizzazione ha portato benefici?

Forse il panorama è meno fosco di quanto non sembri, almeno stando ad una ricerca pubblicata da due economisti. Luis Auguiar e Joel Waldfogel hanno dimostrato che il numero di prodotti musicali creati fra il 2000 e il 2008 sono addirittura triplicati. Stando ai loro dati, la digitalizzazione della musica apre a scenari che nell’era dell’analogico non erano neanche immaginabili. La ricerca punta il dito sulla qualità della musica, migliorata nel corso dei decenni, e soprattutto su una diversificazione delle proposte che permetterebbe anche a musicisti meno noti di accedere a fonti stabili di guadagno.

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Azioni legali e diritti d’autore infranti

Auguiar e Waldfogel suggeriscono che la musica digitale sia più facile da scoprire e meno costosa da pubblicare. Un quadro non certo in sincrono con le accuse di molti musicisti underground, che si lamentano di come Spotify sia predisposto al guadagno di artisti dal pubblico consistente, lasciando le briciole a chi ancora deve crescere. E’ una diatriba andata avanti per anni (ricordate la protesta di Taylor Swift?), e che solo di recente ha portato ad una vittoria di un certo impatto sul fronte delle royalty.

Un fondo da 43.4 milioni

David Lowery e altri musicisti avevano infatti intentato un’azione legale da 150 milioni contro il gigante svedese. Il casus belli stava proprio nei diritti d’autore, che Spotify non avrebbe mai pagato, corrispondenti ad un notevole numero di clic. La battaglia ha portato ad un patteggiamento extragiudiziario e la creazione di un fondo da 43.4 milioni di dollari creato proprio per compensare gli artisti. E’ un inizio, ma ancora nessuno ha ben chiaro se e come sarà possibile democratizzare sul serio i guadagni dello streaming.

Per approfondire:

Spotify, guida al servizio di streaming più popolare.

Apple Music, come funziona il servizio della Mela.

Tidal, i segreti dello streaming Hi Fi.

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