5 migliori libri di Philip Roth, gigante della letteratura che non ha vinto Nobel

5 migliori libri di Philip Roth, gigante della letteratura che non ha vinto Nobel

Ogni volta che si parla di lui si apre la diatriba degli appassionati a questo o quell’altro titolo. Ecco i nostri 5 migliori libri di Philip Roth

Philip Roth è stato uno dei grandi romanzieri americani del 20° secolo. Ecco quindi i 5 migliori libri di Philip Roth secondo noi! Il suo genio è stato un’ispirazione e un pungolo per generazioni di scrittori. Nella sua vita ha ricevuto molti prestigiosi premi letterari, tra cui il National Book Award e il Premio Pulitzer, ma non ha mai vinto il Premio Nobel per la Letteratura. A Roth dobbiamo soprattutto la capacità di esaminare e raccontare l’identità ebraico-americana del dopoguerra in modo spesso cupamente comico e provocatorio.

Roth ha pubblicato ben 27 romanzi durante una prolifica carriera durata più o meno mezzo secolo. E sicuramente ognuno dei suoi lettori avrebbe inserito in questa lista, a ogni modo limitata, altri libri al posto di quelli presenti. Quindi ci piace l’idea che questi 5 migliori libri di Philip Roth possano diventare dei punti di partenza da cui iniziare un vero e proprio viaggio per esplorare altri libri di questo autore e per conoscere l’America del ventesimo secolo dalla sua prospettiva.

🔶 Pastorale americana

Parlando dei migliori libri di Philip Roth, l’elenco non poteva che iniziare con Pastorale Americana, per molti il romanzo più emblematico di Philip Roth. È stato pubblicato nel 1997 e gli è valso il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1998. Il romanzo segue la vita di Seymour Levov, nipote di un immigrato ebreo, che sposa un’ex Miss New Jersey. Tuttavia, sua figlia Merry diventa anticonformista e terrorista, rovinando lo stile di vita all-american apparentemente perfetto di suo padre. Il romanzo esplora abilmente, e allo stesso tempo mette in dubbio, la nostalgia del sogno americano.

La storia si svolge nel familiare territorio di Roth: Newark, nel New Jersey; in un’età di mezza speranza postbellica. L’ottimismo americano, che può permettere a tutti di crearsi un ruolo e un futuro nella società, si incarna in Seymour Levov, detto “lo svedese”: un ebreo dai capelli biondi e dagli occhi blu, star indiscussa di ogni sport che pratica. Lo svedese eredita ed espande la produzione di guanti di suo padre – c’è una digressione bellissima sul processo di realizzazione dei guanti – e sposa la Miss New Jersey del 1949.

Tutto sembra normale, ma essendo un romanzo di Roth, la vita non è mai così semplice. La storia di Seymour Levov è raccontata con la voce di Nathan Zuckerman, l’alter ego di Roth. Zuckerman custodisce i ricordi di uno scolaro dell’imperscrutabile Levov. All’inizio l’unico piccolo difetto del mondo della famiglia Levov è che la figlia soffre di un disturbo del linguaggio, che, secondo il suo terapeuta, è un’espressione della sua inadeguatezza accanto ai suoi genitori troppo idilliaci.

Il disordine della personalità che crea la balbuzie, tuttavia, diventa qualcosa di molto più allarmante, quando, a 16 anni, Merry riduce il deposito del villaggio in macerie con alti esplosivi come parte di un oscura protesta contro la guerra del Vietnam. È questo l’evento scatenante della storia: dopo la bomba, che uccide un amico di famiglia, scoppia l’inferno per lo svedese. Sua figlia scompare. Nonostante la sua insistenza sui degradi più estremi dell’America moderna, tuttavia, Pastorale Americana non è una semplice satira sulle delusioni bucoliche della classe media americana; molto più della sua rabbia è infatti diretta contro le libertà della società permissiva.

Roth racconta ciò che l’America è diventata, paragonandola a ciò di cui una volta sembrava capace. Solo questo scrittore, tuttavia, avrebbe osato farlo raccontarlo con la voce di un vecchio ebreo sentimentale. Di conseguenza, questo importante romanzo termina in modo impossibile irrisolto, si conclude lasciandoci una domanda: “Cosa c’è di sbagliato nella vita dei Levov?”. Senza dubbio tra i migliori libri di Philip Roth.


🔶 Lamento di Portnoy

Lamento di Portnoy esplora il personaggio di Alexander Portnoy, un impiegato dell’ufficio del sindaco di New York per combattere la discriminazione razziale. Un giorno, in un monologo irresistibile, si confida con uno psicoanalista, il dottor Spielvogel, rivelando dettagli sulla sua vita: il suo rapporto con i suoi genitori (in particolare sua madre ebrea, Sophia), la sua vita sessuale da adolescente e le ossessioni e fantasie sessuali che lo perseguitano.

Uno dei migliori libri di Roth perché, sia tenero che cinico, con questo romanzo l’autore affronta le questioni del pregiudizio, dell’ignoranza e della follia umana. Il libro, alla sua uscita (1969), suscitò anche indignazione per la sua rappresentazione strabiliante della frenetica masturbazione adolescenziale. In un capitolo racconta le fantasie stravaganti di Portnoy mentre viola i calzini non lavati, le mutande di sua sorella, una bottiglia di latte vuota, un guanto da baseball, e tanto altro.

Una straordinaria prodezza di scrittura creativa su un argomento tabù, dove la prosa di Roth è piena di balzi, dove il linguaggio diventa l’espediente per descrivere il principale “hobby” di Portnoy. L’impatto del romanzo fu enorme e la fama del suo autore crebbe tantissimo durante gli anni ’70.


🔶 La macchia umana

La macchia umana racconta la storia di Coleman Silk, un professore che, alla vigilia della sua pensione, è accusato di razzismo da due studenti e decide di dimettersi piuttosto che essere licenziato. Il narratore, Nathan Zuckerman, lo aiuta a scrivere la sua storia.

Coleman Silk è il primo decano ebreo del chiuso college Athena, un insegnante di materie classiche che ha quasi trasformato da solo il corso accademico del New England. Viene accusato di razzismo da due ragazzi che prendono la parola “spook” nel suo arcaico senso dispregiativo di “negro”. E poiché sono neri e si sentono offesi personalmente, Silk è costretto a prendere un pensionamento anticipato, risentito e non pianificato.

Sua moglie muore di colpo. E poi, a peggiorare le cose, Silk – che ha 71 anni – diventa amante di una donna di 34 anni, un’analfabeta che lavora come donna delle pulizie. È qui che inizia il romanzo, Silk ha stretto un’improbabile amicizia con il nostro vecchio, caro e ora ammalato di cancro, il solitario Nathan Zuckerman.

Il contesto è fondamentale: siamo nel bel mezzo di un’America che si crogiola in un’estasi di recriminazione, quel puritanesimo peggiore di qualsiasi caccia ai comunisti immaginari tipica della guerra fredda. L’impulso di denunciare comportamenti inappropriati impedisce alle persone di dire qualsiasi cosa vada contro il consenso e ha portato, deliberatamente o no, alla generazione più stupida della storia americana.

È forse un affronto calcolato a questo modo di “pensare”, il fatto che ci sia una breve scena nel romanzo in cui Coleman ascolta tre uomini che sostengono che Clinton avrebbe potuto risparmiarsi imbarazzo pubblico mettendo il suo pene in altri “posti” di Monica Lewinsky invece che nella sua bocca. Bene, questa è una teoria, ed è interessante notare che questa è più o meno l’ultima parola che il romanzo ha da dire sulla questione. Un modo per esprimere quanto le apparenze contassero in quell’America stupida, isterica e bigotta.

Ma questo è, a quanto pare, solo il rumore di fondo; lo sfondo di un’immagine di un secolo in cui questioni di razza, ambizione, carattere e guerra si scontrano e si fondono come un incidente d’auto. È un episodio in una storia geniale, uno dei migliori libri di Philip Roth, che esprime la familiare sequenza dell’autore di urgenza, intelligenza e passione irripetibili.

Questo romanzo fissa l’intera sfilata indisciplinata delle nostre vite e dichiara, in modo più eloquente e persuasivo di qualsiasi altra cosa tu abbia letto sull’argomento, che noi siamo costruttori imperfetti dei nostri destini.


🔶 “Goodbye, Columbus”

Pubblicato nel 1959,  Goodbye Columbus è una raccolta di cinque racconti in cui Philip Roth si concentra sulla società americana e sul suo rapporto con la cultura ebraica. Le storie sono narrate da un giovane studente e intellettuale. Pubblicato per la prima volta su The Paris Review, “Goodbye, Columbus” (1959) è il libro che ha portato Philip Roth alla ribalta del mondo letterario. Anche per questo motivo non poteva mancare nella nostra guida ai migliori libri di Philip Roth.

Racconta una storia d’amore estiva tra un giovane ragazzo ebreo di classe medio-bassa e la figlia di una famiglia benestante. Neil Klugman lavora nella biblioteca pubblica di Newark e vive con sua zia Gladys. Un giorno incontra Brenda Patimkin. La giovane coppia stringe una relazione, il classico amore estivo destinato a durare il tempo di un’estate.

Come tutti i giovani, Neil è in lotta con il resto del mondo per sviluppare la propria identità e ritagliarsi un posto unico per se stesso. Come giovane ebreo liberale che si fa strada nell’America repressa e conservatrice degli anni ’50 è ovvio che Neil è in contrasto con gran parte della società che lo circonda. Incoraggiato costantemente ad assimilarsi nella cultura in cui si trova, fa fatica a capire Brenda e la sua famiglia che volontariamente perdono – persino sottoposti a chirurgia plastica per nasconderla – la loro ebraicità.

L’assimilazione è importante nella storia per vari motivi. Per Roth l’ebraismo è ovviamente al centro della storia e usa l’ironia anche nei confronti dell’ansia per l’assimilazione che appare diffusa nei suoi personaggi ebraici della classe media. Per il suo sguardo ironico su elementi tipici dell’essere ebrei, Roth è stato anche accusato di antiebraicità. È un’accusa che è stata spesso ripetuta nel corso della sua carriera e che sembra non cogliere la sfumatura di ciò che l’autore fa per la maggior parte del libro.

La storia è intrisa di nostalgia, molti dei personaggi che guardano indietro ai ricordi passati, per non essere mai riconquistati. Il titolo della novella è un riferimento a questo, “Goodbye, Columbus” è la frase di chiusura di una canzone: Ron (il fratello di Brenda) è sul punto di sposarsi e guarda con nostalgia ai giorni di quando era al College. Anche Leo Patimkin (zio di Brenda) ricorda una notte trascorsa con una donna mentre era un soldato ed entrambi questi personaggi minori sottolineano il significato del tempo nel romanzo.

Brenda afferma che sua madre la odia e nella storia ci sono poche prove per contraddirlo. In effetti, sembra che la signora Patimkin sia gelosa della giovinezza di sua figlia e dell’educazione privilegiata che le è concessa. Anche l’amore familiare, a quanto pare, non ammorbidisce la gelosia nei confronti di coloro che hanno tempo e giovinezza dalla loro parte. Neil vede lui stesso il mondo che lo circonda in questa luce, come un mondo che cambia costantemente e irrimediabilmente mentre il tempo scorre silenziosamente.

Goodbye, Columbus è un romanzo sorprendentemente raffinato. È notevole non solo il modo in cui Roth è stato in grado di scrivere su questioni significative all’interno della sua sfera di interesse con tale chiarezza sin dalla tenera età. Perfino la sua ambientazione di Newark (uno spazio letterario che sarebbe poi diventato sinonimo di Roth) e la sua sfumata comprensione della geografia del luogo e di come significhi molto sulla società è già in atto. Tra i migliori libri di Philip Roth.


🔶 Patrimonio – Una storia vera

Il sottotitolo di Patrimonio è emblematico, perché racconta la lotta di suo padre Herman Roth con un tumore che preme contro il suo nervo facciale e il suo cervello, e alla fine lo uccide. L’abbiamo inserito tra i migliori libri di Philip Roth perché è il libro che segna il passaggio di scrittura dal primo al secondo Roth.

Una storia dolorosissima, quella della morte del padre, attraverso la quale Roth si congeda da se stesso figlio e diventa il Roth maturo di pastorale americana. Roth racconta la storia, il dolore e l’evoluzione che questo dolore provoca alla sua famiglia, con un vero e proprio maestro della narrazione: uno stile veloce, preciso, libero e profondamente non critico.


🔶 Nemesi

A questa lista dei migliori libri di Philip Roth abbiamo aggiunto un altro libro, Nemesi, di cui avevamo già parlato in un articolo su libri su epidemie e virus. Nemesi è ambientato nel 1944 nella comunità ebraica di Newark, luogo che, se leggerete i libri di Roth imparerete a conoscere bene. Sebbene la maggior parte degli uomini nel paese stia prestando servizio all’estero in guerra, il 23enne Bucky Cantor, un sollevatore di pesi, rimane a casa a causa della scarsa vista.

Invece di aiutare il suo paese a combattere Hitler, si occupa di un gruppo di bambini in uno dei campi da gioco della città e si dedica a salvare i bambini sofferenti dalla contrazione della poliomielite. Il tema centrale è la guerra con se stesso: la guerra tra l’idea di un uomo di dovere e il fatto di doversi sottrarre ad esso per facilitare la sua felicità più immediata.

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