I libri sul colonialismo per conoscere meglio la storia

I libri sul colonialismo per conoscere meglio la storia

Quali sono le migliori letture per avere nuove prospettive sul colonialismo italiano, inglese e internazionale?

L’abbiamo studiato a scuola, ma forse non ne siamo mai usciti. Parliamo del colonialismo, che è mutato negli anni ma non è mai morto. Politiche estere e crisi dei rifugiati; reportage mediatici, o movimenti Black Lives Matter, e oggi tutto ciò che gira intorno all’ex impero sovietico, ci ricordano narrazioni più ampie sul colonialismo, il razzismo e l’impero.

I libri sul colonialismo che abbiamo selezionato sono molto informati e spesso stimolanti, oltre che estremamente empatici: dopo tutto, una risposta emotiva al colonialismo è del tutto umana. Ricordati di salvare il nostro articolo-raccoglitore di tutte le tematiche di lettura, ricco di libri consigliati.

1 Storia del colonialismo | di Wolfgang Reinhard

Questo libro sul colonialismo è ben scritto e completo, perché realizzato da un esperto eccezionale della materia come Reinhard. Un ottimo esempio di letteratura coloniale perché fornisce agli studenti di storia e al lettore in generale informazioni affidabili e aggiornate su una parte essenziale della storia dell’umanità: l’impatto globale dell’espansione coloniale europea dal tardo medioevo al presente.

In Storia del colonialismo gli argomenti sono davvero vari e tanti: le scoperte, gli scambi commerciali portoghesi, olandesi e inglesi in Asia; con le colonie spagnole, portoghesi, olandesi, francesi e britanniche in America; ma anche l’economia delle piantagioni americane e il commercio degli schiavi africani; la tratta degli scavi da parte dei coloni nell’emisfero meridionale; il ruolo dell’imperialismo continentale statunitense, russo e cinese; le violenze e le sottomissioni in Asia e in Africa ad opera degli occidentali; e le numerose ondate di decolonizzazione tra il 1775 e il 1989.

La narrazione procede attraverso ventiquattro mappe. Un testo didattico molto utile, perché combina prospettive tradizionali e scoperte più recenti per definire un bilancio finale del colonialismo occidentale e del suo patrimonio globale. L’espansione territoriale dell’Europa negli ultimi seicento anni ha lasciato dietro di sé, una volta terminata la dominazione colonialistica, non solo orientamenti filosofici, innovazioni tecnologiche, espansione industriale e strutture statali, ma anche immensi problemi di ordine politico, economico e sociale, e continenti interamente trasformati. Il volume conduce il lettore alla scoperta delle modalità storiche del colonialismo e dei suoi rapporti con i nodi centrali del pensiero religioso e filosofico occidentale.

2 Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana | di Nicola Labanca 

Gli studi storici coloniali sono rimasti per molto tempo una sorta di riserva naturale che garantiva la sopravvivenza di specie storiche in via di estinzione. Negli anni abbiamo avuto il “nazionalismo nostalgico” e l’isolamento dalla storia internazionale. Fu grazie a pochi, e soprattutto a uno studioso, Angelo Del Boca, sempre escluso dalla corporazione accademica, se la storia delle colonie italiane entrò a far parte della coscienza storiografica generale. Più recentemente Nicola Labanca, con la sua Marcia verso Adua e altre pubblicazioni di pregio, ha assunto un ruolo di primo piano nello sforzo di “decolonizzare” il settore.

Questo libro sul colonialismo dal titolo “Oltremare” si presenta come il primo vero tentativo di una nuova sintesi, con un taglio quasi enciclopedico. Ai primi tre capitoli, prevalentemente narrativi, seguono cinque capitoli dedicati a temi specifici: discorso e propaganda, economia, colonizzazione e amministrazione, società coloniale e memoria delle colonie.

Si tratta di uno strumento di lavoro che fondamentale per tutti coloro che vogliono affrontare queste problematiche. L’ampia bibliografia dimostra l’attenzione di Labanca alla storiografia internazionale: americana, europea e africana. Labanca non esita a dare un’interpretazione prevalentemente politica dell’espansione coloniale, anche se la sua analisi è attenta alla varietà dei gruppi economici coinvolti nelle imprese coloniali, sottolineando che non si trattava solo di “grandi” interessi, ma anche di “piccoli”.

Solo in un caso le ragioni economiche sono state di primaria importanza, anche se non predominanti. L’impresa etiope, per le sue dimensioni e il suo carattere bellico “moderno” e “totale”, ebbe conseguenze decisive per l’economia nazionale nel suo complesso, presentandosi come una risposta anticongiunturale alla stagnazione prodotta dalla grande depressione.

È quasi superfluo dire che sia dall’esperienza libica che da quella etiope, il mito dei “buoni italiani”, colonialisti più umani degli altri, esce in malo modo. Degno di nota è il ridimensionamento del mito degli italiani come grandi costruttori di infrastrutture. In linea con la storiografia internazionale più innovativa, Labanca insiste sull’importanza delle interpretazioni “periferiche”, che mettono in primo piano la varietà dei contesti e delle reazioni indigene, rispetto ad una tradizionale visione italocentrica.

Uno dei capitoli più stimolanti è quello dedicato al discorso e alla propaganda, che documenta, tra l’altro, la penetrazione di motivi colonialisti anche a livello popolare attraverso una molteplicità di mezzi, dalle dispense illustrate al teatro di marionette. La propaganda per l’Impero è del tutto eccezionale rispetto a tutti i canali di comunicazione, secondo un modello veramente totalitario. Ma era una parentesi straordinaria, e i miti che trasmetteva erano spesso così insostenibili da causare delusioni ancor prima della sconfitta.

In questo libro sul colonialismo italiano, Nicola Labanca ripercorre le vicende politico-militari che portarono gli italiani a stabilirsi in Eritrea, Somalia, Libia e poi in Etiopia. Ma l’espansione coloniale non fu, anche nel caso italiano, solo politica e guerra. Il volume smonta quindi i messaggi della propaganda colonialista che ha affascinato generazioni di italiani al suono di “Tripoli bel suol d’amore” e mostra i pochi reali vantaggi economici che l’Italia ha tratto dai suoi domini africani. Descrive anche la società coloniale d’oltremare, i suoi tratti razzisti, la sua composizione sociale e demografica, le sue istituzioni.

3 I libri sul colonialismo italiano | di Angelo Del Boca 

Chi è interessato alla storia del colonialismo italiano non può ignorare le opere di Angelo Del Boca. È uno dei casi in cui lo scavo dei giornalisti ha anticipato di gran lunga il lavoro degli storici. Da studioso non accademico, ma straordinariamente appassionato e laborioso, si era avventurato in quella delicatissima materia prima come pioniere e poi come il più autorevole specialista in materia, con ricostruzioni che possono essere considerate autentiche pietre miliari. Fu riconosciuto da tutti come il decano degli studi coloniali.

Per comprendere l’importanza morale e civile dell’opera di De Boca occorre ricordare che la conquista dell’Etiopia aveva segnato l’apice della popolarità per il regime fascista, che aveva esaltato l’impresa nel modo più enfatico. Poi, dopo il 1945, su quel conflitto cadde il silenzio per vent’anni. E una parte molto consistente degli italiani ha continuato a coltivare una memoria positiva.

Non fu uno storico professionista a violare quello schema mentale consolidato, ma Del Boca, giornalista e inviato speciale di indubbio talento, che prima pubblicò un’inchiesta a puntate sulla Gazzetta del Popolo, il quotidiano torinese per cui lavorava, e poi pubblicò il volume per Feltrinelli La guerra d’Abissinia 1935-1941, destinata a suscitare notevole scalpore.

Come suggerisce il titolo, Del Boca non si limitò a ricostruire la campagna di conquista tra il 1935 e il 1936, ma arrivò fino alla caduta dell’impero fascista durante la seconda guerra mondiale, sottolineando come l’Etiopia non fosse mai stata pacificata sotto l’insegna del lictorio, come predicato dalla versione della propaganda di regime, ma aveva invece costretto le truppe occupanti a dure azioni repressive contro le frequenti ribellioni.

In quel saggio c’era anche ampio spazio dedicato ai reati, compreso l‘uso di gas tossici proibiti dalle convenzioni internazionali. Su questo punto l’autore avrebbe avuto una lunga polemica con Indro Montanelli, ex combattente nella guerra d’Etiopia, che negò l’uso di armi chimiche da parte degli italiani: un’ampia documentazione ufficiale avrebbe finalmente chiuso la controversia a favore di Del Boca, nel 1996, con tanto di autocritica del giornalista toscano. I gas erano stati usati, anche se quella mossa non era stata decisiva per l’esito di uno scontro ancora troppo diseguale tra le forze italiane e quelle abissine.

Del Boca però non aveva serbato rancore nei confronti di Montanelli, anzi, lo aveva difeso dalle accuse postume mosse contro di lui per il suo comportamento durante la campagna d’Etiopia, sfociata nel ripetuto atto di sporcare il suo monumento a Milano.

Dopo le prime opere dedicate alla guerra d’Etiopia, Del Boca, con ineguagliabile alacrità e passione, aveva esteso la sua ricerca ad altre vicende coloniali legate al nostro Paese, per produrre opere fondamentali come Italiani in Africa Orientale (quattro volumi editi da Laterza tra 1976 e 1984, poi ristampato da Mondadori):

e Gli italiani in Libia (due volumi pubblicati da Laterza nel 1986, riproposti anche da Mondadori).

In seguito ha dedicato un’importante biografia all’ultimo monarca etiope Ave Selassi, The Negus (Laterza, 1995), e un’altra al dittatore libico, Gheddafi (Laterza, 1998). Nel corso degli anni, ha continuato a scrivere libri sul colonialismo italiano, anche se il suo approccio quasi militante si era alquanto indebolito, cosa che lo aveva messo spesso in contrasto con le associazioni di profughi e reduci dall’Africa. I giudizi erano diventati più equilibrati, come dimostra ad esempio la raccolta di testimonianze, da lui curata, La nostra Africa (Neri Pozza, 2003).

Ma Del Boca non aveva mai smesso di smentire il mito secondo cui il colonialismo di casa nostra sarebbe stato più umano e bonario degli altri. Nel 2005, ormai ottantenne, è sceso nuovamente in campo con il critico libro sul colonialismo Italiani, brava gente? (Neri Pozza).

4 Il libro nero dell’impero britannico | di John Newsinger

Sottotitolato “Una storia popolare dell’impero britannico” e prendendo il titolo da una frase famosa del 1800:

“sulle sue colonie il sole non tramonta mai ma il sangue non si asciuga mai”,

questo libro sul colonialismo descrive in dettaglio il furto e la frode globale, la violenza con cui un piccolo territorio come la Gran Bretagna si è arricchito a spese di tutti gli altri. Con un ammirevole equilibrio tra moderazione e rabbia, John Newsinger costruisce una sequenza approssimativamente cronologica di capitoli che descrivono in dettaglio com’era essere sfruttati dagli inglesi dai Caraibi all’Iraq, ricordandoci le avventure capitaliste trascurate in Cina (“l’Impero Britannico è stato il più grande spacciatore di droga che il mondo abbia mai visto”), e la repressione razzista in Kenya (“fustigazioni, torture, mutilazioni, stupri ed esecuzioni sommarie di sospetti e prigionieri erano all’ordine del giorno”), scandali bancari in Egitto e interventi militari in Indonesia (riarmare i prigionieri giapponesi per combattere un movimento di liberazione nazionale al fine di ripristinare il dominio olandese!).

Ma oltre a dettagliare l’oppressione, questo libro registra anche la resistenza, presentando ad esempio una descrizione più completa della natura diffusa, della portata e della politica della resistenza indiana al dominio britannico che mina l’idea più semplice e accogliente che i britannici abbiano lasciato l’India principalmente a causa della campagna di non violenza del Mahatma Gandhi, una sorta di alta risposta morale a un’elevata posizione morale.

Il libro sul colonialismo inglese rende omaggio alle lotte dei sindacalisti e dei rivoluzionari indiani trascurati in questa narrativa accettata ed è profondamente critico nei confronti dell’impegno pratico e dell’impegno del Partito Laburista nell’antimperialismo. Il governo laburista fece ogni sforzo per assicurarsi che il suo ritiro definitivo dall’India avvenisse in condizioni il più favorevoli possibile agli interessi britannici e allo stesso tempo che l’India rimanesse una risorsa neocoloniale.

Il giornalista sottolinea che, dalla decisione del governo Attlee di armare questo paese con armi nucleari nel 1947 alla decisione del governo Blair di coinvolgere questo paese nell’invasione dell’Iraq nel 2003, la ragione di queste decisioni politiche è la convinzione che schierarsi con gli Stati Uniti fosse il modo migliore per proteggere gli interessi globali e del vecchio imperialismo della Gran Bretagna.

Il libro nero dell’impero britannico presenta una storia dell’Impero altamente leggibile, vista dal lato inferiore dell’esperienza imperiale. Il libro forse manca di una cronologia o di un quadro di collegamento generale che descriva lo sviluppo politico ed economico di questa mostruosità: per un resoconto di un’istituzione globale, si presenta attraverso una serie di capitoli geografici particolari, piuttosto che come una narrazione collegata.

Ma questo è un aspetto minore, e probabilmente un resoconto più accademico e completo produrrebbe inevitabilmente un lavoro più ampio, ma meno immediatamente coinvolgente. Scritto in gran parte come risposta ai revisionisti e agli apologeti degli imperi i cui scritti hanno tentato di sanificare l’invasione dell’Iraq, il libro rimane una lettura essenziale, uno dei migliori libri sul colonialismo inglese.

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