Wormwood, la miniserie di Errol Morris porta un mistero americano su Netflix

La miniserie sfrutta il genere docudrama per sviscerare un caso di cronaca legato alla CIA

Dicembre 2017 è stato il mese in cui Netflix ha lanciato il suo primo vero blockbuster. Bright, con Will Smith nelle vesti di protagonista, è costato 90 milioni di dollari e ha racimolato recensioni non proprio esaltanti. Eppure, rimarrà una probabile pietra miliare nel modo in cui si fa e si distribuisce il cinema. Al punto che molti commentatori si sono detti convinti che i giochi veri, per la compagnia americana, inizino adesso che il guanto di sfida al cinema di sala è stato lanciato ufficialmente. Peccato che alcuni gioielli siano passati quasi inosservati, come sta accadendo a Wormwood, miniserie diretta dal premio Oscar Errol Morris. Morris è fra i migliori documentaristi al mondo e il suo stile ha fatto scuola. Sono infatti celebri le sue interviste, in cui da un lato riesce a mettere a proprio agio l’interlocutore, svelandone al contempo aspetti inquietanti per il pubblico che guarda.

wormwood
In Wormwood, Peter Sarsgaard interpreta Frank Olson

Wormwood: come reinventare il proprio cinema

In Wormwood, Morris riesce a reinventare il suo modo di fare cinema. Alla soglia dei 70 anni, il regista americano sceglie di strutturare la sua inchiesta in sei episodi, intrecciando fra loro due film differenti. Da un lato c’è una lunga intervista a Eric Olson, figlio di Frank Olson, scienziato americano morto nel ’53 in seguito ad un apparente suicidio. Dall’altro, la vicenda dello sfortunato scienziato prende vita grazie all’impiego di attori, con la grande performance di Peter Sarsgaard nei panni di un allucinato e inquieto Olson. Il documentario ne ricostruisce la morte, inizialmente considerata un suicidio e successivamente rivista come CUPPI, acronimo di Case Undetermined Pending Police Investigation. Uno status perdurante ancora adesso, dato che le inchieste sul caso si sono arenate di fronte a loop giudiziari e impossibilità a procedere.

L’unica certezza

Il 28 novembre del 1953, Frank Olson muore cadendo da una finestra del tredicesimo piano dell’Hotel Statler di New York. Questa è l’unica certezza, e la vicenda viene rapidamente incasellata alla voce “suicidio”. La vicenda assume ben altri connotati oltre due decenni dopo, quando il pubblico americano apprende dettagli riguardanti il programma MKUltra, progetto top secret con cui la CIA ha studiato metodi di controllo mentale e interrogatorio tramite l’uso di droghe. A quanto pare Olson era implicato nel programma, e la sua morte sarebbe stata causata dalla paranoia indotta dall’uso sperimentale di LSD. Si aprono, quindi, le porte di uno dei punti più oscuri del ‘900 americano, la cui la verità sembra essere seppellita sotto decenni di false piste e ricostruzioni create ad arte per sviare l’attenzione da ben altre responsabilità. 

Una vicenda pubblica dal 1975

A differenza di altri lavori del regista come La sottile linea blu, che arrivò addirittura a riaprire un procedimento giudiziario e scagionare un innocente finito in galera senza motivo, Wormwood non rivela niente di veramente nuovo. La vicenda è pubblica dal 1975, anno in cui il presidente Gerald Ford ricevette la famiglia di Olsen per chiedere scusa a nome del governo americano. Da allora, la morte dello scienziato è stata un susseguirsi di casi giudiziari e ricostruzioni che mettono in dubbio la posizione ufficiale di governo e CIA, senza però arrivare a vederne il quadro generale. 

Ossessione, più che verità

L’intervista finale a Seymour Hersh, premio Pulitzer che per primo rivelò l’esistenza di MKUltra, conferma che la fine di Olson potrà essere chiarita solo nel caso in cui vengano declassificati certi documenti in mano alla CIA. Il giornalista rivela un possibile scenario, ma non può confermarlo per proteggere l’identità di una sua fonte. Wormwood non è quindi un film sulla verità, quanto sull’ossessione. Il suo vero protagonista è Eric Olson, figlio della vittima che ha sacrificato una promettente carriera di psicologo, se non la vita stessa, in nome di una verità destinata ad affondare nelle sabbie mobili create ad arte. A differenza di Robert McNamara e Donald Rumsfeld, “vittime” passate per nulla indenni sotto la cinepresa di Morris, l’occhio del regista si sofferma con empatia sull’ossessione inestinguibile di un figlio e della sua infanzia negata in nome di un segreto troppo grande per essere reso pubblico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *