intelligenza artificiale

Intelligenza artificiale: cambierà le nostre vite o è un pericolo annunciato?

Vent’anni fa sarebbe stato impensabile, ma oggi l’intelligenza artificiale sta per cambiare molti aspetti della società. C’è da averne paura?

L’intelligenza artificiale, o AI dall’acronimo Artificial Intelligence, è entrata di prepotenza nel lessico comune e si sta apprestando a diventare sempre più frequente nella vita di tutti i giorni. Non serve certo un futurologo per capire che si tratta di un settore in crescita vertiginosa in una miriade di utilizzi, dalla progressiva automazione della domotica a campi ben più inquietanti per la privacy come il riconoscimento facciale. E’ un concetto di cui si dibatte ormai da più di sessant’anni e che la fantascienza per prima ha portato nella coscienza popolare. Cambierà davvero le nostre vite? E c’è da essere preoccupati sull’eventuale creazione di una superintelligenza in grado di annientarci in futuro? 

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La vera AI è ancora lontana (per fortuna)

E’ importante chiarire che il termine “intelligenza artificiale” non indica una una vera e propria coscienza digitale. Al momento, il termine punta a descrivere un software con un meccanismo integrato che permette di imparare (machine learning). Questa conoscenza acquisita servirà poi per prendere decisioni autonome di fronte ad una situazione inedita, esattamente come accade nel processo d’apprendimento degli esseri umani. Il caso più tipico è quello di un software dove il codice immesso serve a leggere immagini, testi o video, per poi trarne informazioni e imparare qualcosa in base a determinate istruzioni iniziali. 

La chiave è l’astrazione

Gli esseri umani sono naturalmente predisposti ad imparare idee complesse e a produrne differenti livelli di astrazione. La chiave è rendere anche le macchine più propense ad astrarre concetti dalle informazioni raccolte. Per decenni, la tipica spiegazione di come funziona un computer tendeva ad esemplificarne la stupidità. Un computer può svolgere operazioni di calcolo a potenze impensabili, ma è fondamentalmente un attore stupido che richiede l’immissione di ordini per poter funzionare. Il machine learning mira invece a rendere computer e software più flessibili, ovvero capaci di creare un’astrazione generica in base a dati reperiti in modo empirico. Un esempio facile da comprendere può essere quello di una mela. Un conto è un computer che, analizzando archiviando migliaia di immagini di mele, arrivi a riconoscere mele simili, un altro la creazione di un concetto astratto “mela” capace di riassumere un oggetto con determinate caratteristiche e forma.

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ELON MUSK

Siamo solo alla costruzione delle fondamenta

Nonostante i passi da gigante compiuti negli ultimi vent’anni, i ricercatori sono ancora alle basi di questo  problema. Il concetto “mela” è infatti interrelato con centinaia di altri, per esempio un computer capace di impararlo e dotarlo di significato dovrebbe servirsene in seguito per allacciarlo con l’uso che ne fanno gli umani, le differenze con altri tipi di frutta, come cucinare una torta di mele e così via. Una semantica intricata che al momento non è possibile ricreare tramite gli algoritmi, pur complessi, del machine learning. Senza considerare le complessità dei linguaggi umani e l’estrema variabilità che hanno avuto durante secoli e decenni. Il campo è vastissimo e per adesso anche il funzionamento della mente umana rimane un mistero a livello biologico.

Un settore a più velocità

Non solo, perché i progressi dell’intelligenza artificiale si muovono secondo diverse velocità. Ad esempio, c’è grandissimo movimento nell’ambito del riconoscimento audio e video, mentre la comprensione attiva dei testi è ancora uno scoglio in cui i risultati sono stati pochi. I ricercatori sperano di poter continuare a vedere progressi in ogni settore, per poi combinare le conoscenze relative in un’unica metodologia di realizzazione. L’obiettivo finale è un’intelligenza artificiale “generale” (cioè capace di coordinare e incrociare più concetti e ambiti del sapere), invece di quella ristretta e settoriale di cui disponiamo al momento. Ma ci sarà parecchio lavoro da fare.

C’è da essere allarmati?

L’intelligenza artificiale è finita sui giornali per gli allarmi lanciati da scienziati come Stephen Hawking e personalità del tech come Elon Musk, più che per evidenziarne gli usi con cui potrebbe cambiarci la vita. L’eventualità di un finale drammatico da parte di un’intelligenza artificiale di tipo generale è stata sviscerata in articoli e saggi pubblicati su riviste prestigiose, senza dimenticare la vasta branca di fantascienza distopica che da decenni ci mette in guardia sul rischio delle macchine senzienti. Allarmismi a parte, non c’è alcuna avvisaglia sulla possibilità che un computer riesca a raggiungere una vera e propria autoconsapevolezza. Molti specialisti del settore ci ricordano infatti che i comportamenti acquisiti dagli esseri umani (violenza, gelosia, paura) sono il risultato di milioni di anni di evoluzione e che un computer non arriverà a svilupparli a meno che non vengano esplicitamente inseriti nel codice. Fermo restando che si tratta di evoluzioni tecnologiche ancora molto lontane, ammesso che siano possibili.

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NONOSTANTE GLI ALLARMISMI, MOLTI ESPERTI RITENGONO CHE TERMINATOR RIMARRÀ FANTASCIENZA

Come potrebbero usarla gli umani?

Questo, semmai, è l’aspetto più preoccupante. Vladimir Putin ha recentemente affermato che l’AI è un campo cruciale per il futuro, ma le sue parole si sono fatte assai più inquietanti quando ha aggiunto che chi riuscirà a dominare il settore sarà padrone del mondo. Parole che seguono l’allarme lanciato da Elon Musk, forse la cassandra più vocale al riguardo. Il CEO di Tesla e Space X è stato fra i primi a mettere in guardia dagli usi impropri di quella che può diventare un’arma molto potente, per esempio in mano di hacker o governi con finalità di cyberwarfare.

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