Imperdibili libri di Cesare Pavese

migliori libri di cesare pavese

Romanziere e poeta di grande successo. L’amore per la letteratura ha ispirato tutta la sua vita: ecco i migliori libri di Cesare Pavese

Nei libri di Cesare Pavese una scena prende rapidamente forma, a Torino, in collina, o in riva al mare, e si riempie, come vecchie fotografie dello scrittore, di un gran numero di persone appena distinguibili. Molti di loro non hanno alcun rapporto diretto con ciò che si rivela centrale; sono questioni in sospeso, eppure aiutano a creare quel ritmo di entrate e uscite, di pressioni e di tregua, che è il tempo speciale dei romanzi di Pavese.

La fitta turbolenza della scena fa sì che ci si aspetti che venga spiegato qualche odioso mistero. A volte lo è, più spesso non lo è: Pavese non crede molto nelle spiegazioni. Ma una sorta di conclusione arriva quando, tra le possibilità, un singolo stato d’animo può essere l’ultimo. L’amore e la solitudine sono i due temi principale dei romanzi di Cesare Pavese. E anche la guerra è spesso presente. Questo gusto per la morte conferisce al lavoro di Pavese, come molti libri e film italiani degli anni Quaranta, un’atmosfera di aridità uniforme tipica della fine della guerra.

Circondato dall’ansia e dall’inerzia, Pavese fece un tentativo, eroico e riuscito, di abbracciare le preoccupazioni nazionali e sociali. I suoi romanzi sull’Italia nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale formarono un ciclo storico sui suoi tempi. È il migliore a rappresentare tali stati in mezzo alla folla, la socialità italiana al suo ultimo sussulto.

1 La spiaggia | 1942

La spiaggia è un romanzo di Cesare Pavese che ritrae un giovane uomo e sua moglie, chiaramente turbati per ragioni oscure. Il narratore insiste all’inizio sul fatto che un figlio risolverebbe i loro problemi, e alla fine la moglie è prontamente incinta, dopodiché lei e suo marito tornano dalla spiaggia malata alla solida città. A questo punto Pavese sembra perdere interesse e chiude la storia.

2 La luna e i falò | 1950

“Non so dove sono nato. Non c’è una casa o un pezzo di terra o un osso in questa parte del mondo su cui potrei dire: Questo è quello che ero prima di nascere. Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dal bosco o da una casa con i balconi”.

Un trovatello cresciuto in povertà in una comunità rurale del nord-ovest dell’Italia, il narratore de La luna e i falò, è tornato, dopo vent’anni di lontananza, nel luogo in cui è cresciuto. Il protagonista di uno dei migliori libri di pavese ha fatto fortuna in America, ma è tornato con emozioni e intenzioni contrastanti. Mentre vaga per le strade, oltre i luoghi in cui ha vissuto e lavorato, ripercorre le orme del suo io più giovane – a piedi nudi o calzati con scarpe di legno – sui campi, attraverso i vigneti, sui pavimenti piastrellati della casa del suo padrone.

Un self-made man che ora sta cercando di trovare tracce del mondo che conosceva, un mondo cambiato, non solo dalle devastazioni del tempo e dagli sconvolgimenti della guerra, ma da qualcosa di profondo dentro di sé. Una delle verità più tristi di questo romanzo di Cesare Pavese è che l’idea di casa e la realtà del luogo, qualsiasi luogo, potrebbero non coincidere mai.

Il protagonista di Pavese è un outsider incallito. La sua esperienza di esilio è profondamente interiorizzata. Conosciuto solo con il soprannome di Anguilla, ha nostalgia di un tempo in cui non era nessuno; desidera un posto più semplice nel mondo. Cresciuto in America, è tornato in Italia, il suo fiore all’occhiello è Nuto, un amico d’infanzia. Tre anni più di lui, il narratore aveva idolatrato questo fiducioso ragazzo che suonava il clarinetto e che ha viaggiato per la regione con la sua band. Era stato il primo ad andare in guerra. Vent’anni dopo sono entrambi uomini adulti.

Nuto, che una volta era sembrato così mondano, ha ereditato la casa del padre e l’attività di falegnameria ed è sposato. È il narratore che ha navigato per orizzonti lontani. Uno è legato al destino a cui è nato, mentre l’altro è dovuto partire alla ricerca del proprio. Il rapporto tra Anguilla e Nuto è complicato. Ci sono correnti di invidia e risentimento che scorrono sotto la superficie delle loro interazioni e conversazioni. Molto è rimasto non detto – la verità dietro la decisione del protagonista di salpare e lo sconvolgente destino della bellissima giovane figlia della ricca famiglia con cui ha trascorso la sua adolescenza – vengono rivelate solo quando la visita di quest’ultima sta volgendo al termine.

Le tensioni politiche ribollono tra i due amici a causa delle loro esperienze molto diverse. Man mano che i cadaveri emergono nei campi e nei ruscelli, l’alienazione del narratore da coloro che sono rimasti e hanno sopportato gli anni del dominio fascista e della devastazione del tempo di guerra aumenta.

Dopo i suoi molti anni in America, raffigurato nel romanzo di Pavese come un luogo piuttosto idealizzato con una serie di regole conquistate a fatica, il nostro eroe è sorpreso di scoprire che le superstizioni portate dal vecchio paese – il potere dei falò e la regola della luna per governare le attività della fattoria – sono ancora rispettate con una serietà che non riesce più a immaginare. Tuttavia, questo nel libro di Cesare Pavese non c’è solo sul ritorno al passato, ma anche un lamento per l’innocenza perduta della giovinezza.

Muovendosi avanti e indietro tra il passato e il presente, La luna e i falò si sviluppa in 32 brevi capitoli. Il linguaggio è devastante, contemplativo e misurato. Una malinconica bellezza gioca contro le immagini ricorrenti di aspra brutalità, mentre le dolci colline e le valli del paesaggio regionale formano una presenza costante e costante. Ciò che il narratore non riesce a trovare negli edifici, nelle città o nelle persone – la maggior parte dei quali sono irrevocabilmente cambiati o scomparsi – esiste ancora nei panorami, nei profumi e nei suoni dell’estate e, come scopre, ha permeato il suo stesso essere:

“C’è un sole su queste colline, un riflesso della terra arida e della pietra vulcanica, che avevo dimenticato. Invece di scendere dal cielo, il nostro calore sale dal basso, dal suolo, dal fossato tra le vigne dove ogni traccia di verde sembra essere stata divorata e trasformata in ramoscelli secchi. Mi piace questo caldo, mi piace il suo odore: c’è qualcosa di me anche nell’odore, tante vendemmie e fienagioni e mondature in autunno, tanti gusti e desideri che non sapevo di avere ancora”.

Il persistente desiderio di appartenere a un luogo che sottolinea questo romanzo di Pavese sottile e malinconico solleva interrogativi a cui non è facile rispondere. Non è chiaro se il narratore sappia davvero cosa si aspettava di trovare tornando. Anche se potrebbe comprare un terreno o una casa, non è più capace di prendere quel tipo di impegno adesso di quanto non lo sia stato durante i tanti anni trascorsi in America.

Ha ancora affari all’estero, sebbene l’esatta natura di tali affari non sia stata rivelata. Se lavorare per il suo mantenimento fin dalla tenera età gli ha dato qualcosa, ha radicato in lui una profonda intraprendenza e capacità di recupero che ha saputo sfruttare a suo vantaggio. Ma senza radici, senza conoscenza delle persone a cui è legato nelle ossa, come ama definirle, si è trovato incapace di costruire relazioni solide. Doveva partire per ritrovare se stesso, ma nel processo potrebbe aver sacrificato la possibilità di avere una casa.

È probabile che i temi del desiderio e della perdita che attraversano La luna e i falò risuonino in chiunque si chieda come sarebbe sentirsi veramente radicati, sapere che sei nel posto in cui dovresti essere. Direi che si può vivere nello stesso posto per decenni e sentirsi ancora fuori sincronia, infondati. È meno una questione di spazio che di essere. Questi stessi temi perseguitano tutta l’opera di Pavese, e mai così acutamente come in questa, l’ultima opera che pubblicò prima di togliersi la vita nel 1950 all’età di 41 anni.

“Una notte, sotto la luna e le colline nere, Nuto mi ha chiesto com’era partire per l’America, se l’avrei fatto di nuovo se avessi potuto avere vent’anni indietro e un’altra possibilità. Gli ho detto che non era stata l’America tanto quanto la mia rabbia per non essere nessuno, una mania non tanto di andarmene quanto, un bel giorno, di tornare a casa dopo che tutti mi avevano dato per morto.”

3 La bella estate | 1949

“La vita era una vacanza perpetua in quei giorni. Dovevamo solo uscire di casa e attraversare la strada e siamo diventati piuttosto matti”.

La bella estate di Cesare Pavese è stato pubblicato nel 1949 e ha vinto il Premio Strega. È la storia del primo amore e del raggiungimento della maggiore età di una ragazza. Ambientato nell’estate degli anni ’30 in Italia, questo romanzo di Cesare Pavese è uno studio intimo del personaggio sulla perdita dell’innocenza sotto l’influenza di qualcuno a cui ammiri.

Con circa 100 pagine il romanzo è molto breve, ma la bellissima narrativa lo rende un vero piacere da leggere. Emozioni e sensualità si irradiano dalle pagine di questo libro di Pavese che ormai è diventato un classico. L’estate è un momento in cui la vita sembra essere contenuta in quei mesi di sole ed esplorazione. È affascinante leggere della lotta della protagonista contro se stessa per diventare più aperta al mondo. Molte scene evidenziano l’ansia in situazioni sociali in cui si sentiva un’estranea a causa della consapevolezza della propria innocenza.

Tra i migliori libri di Pavese, La bella estate è molto intrigante, soprattutto per la sua combinazione di amicizia femminile e comunità bohémien. Il romanzo di Pavese è leggibile e scorrevole. Lo stile della scrittura è sicuramente uno dei suoi aspetti più fini. Il lettore sarà sicuramente incuriosito dal personaggio principale; dalla sua ossessione e dal desiderio di passare all’età adulta sono stati descritti molto bene. Nel complesso, questo è un classico moderno italiano che consiglio se stai cercando una storia ambientata in estate.

4 La casa in collina | 1948

I romanzi di Pavese sono opere di una profondità straordinaria dove non si finisce mai di trovare nuovi livelli, nuovi significati” Italo Calvino.

Giugno 1943. Gli aerei alleati bombardano Torino; l’Italia fascista è in ginocchio. Ogni sera, dopo una giornata di insegnamento in città, Corrado torna alla sicurezza delle colline e alle cure delle sue due adorabili padrone di casa. Non ha attaccamenti, né obblighi. Eppure, contro il suo miglior giudizio, è attratto dal calore facile di una cerchia di antifascisti che si radunano in una vicina osteria, e si trova di fronte a una scelta dolorosa: l’impegno emotivo e politico, con tutti i suoi pericoli – o la ritirata devastante.

Lo straordinario romanzo semi-autobiografico di Pavese è una lucida rappresentazione delle occasioni mancate e della debolezza umana, contrapposte all’intensità seducente della campagna italiana. La casa in collina è uno straordinario romanzo di guerra in cui un insegnante fugge attraverso una campagna bellissima e sconvolta dal terrore. Scappando per le montagne con l’aiuto dei partigiani, viene preso dalla guerra, si risveglia finalmente da un’illusione di separazione. Pavese sembra più se stesso nei suoi ultimi romanzi in cui le necessità comunitarie cessano di trovare equivalenti, ma sono piuttosto sommerse dall’angoscia privata.

5 Dialoghi con Leucò | 1947

“L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale.
Il ricordo che porta e il ricordo che lascia”.

È il 1947 quando Pavese pubblica una raccolta di ventisette dialoghi brevi, con protagonisti personaggi del mito: divinità, eroi, poeti. Nulla di più lontano, in apparenza, dai temi che dominano la produzione culturale in un’Italia che, da poco riemersa dalla devastazione della Seconda guerra mondiale, gronda di storie da raccontare, tutte ispirate a fatti veri e che il cinema neorealista non tarderà a fare proprie.

In questo panorama Pavese sembra tirarsi da parte, cedere al “suo capriccio, la sua musa nascosta, che a un tratto lo inducono a farsi eremita” (come scrive egli stesso), lontano dalla materia incandescente dell’attualità. Ma proprio l’apparente astrazione e l’atemporalità del mito permettono a Pavese di affrontare a viso aperto, con un affondo più ardito e urgente, i grandi nodi che chiamano in causa non solo gli intellettuali del Secondo dopoguerra, ma ogni singolo essere umano.

In questo romanzo di Cesare Pavese emerge la dialettica tra vita e destino, tra uomo e natura, tra necessità ineluttabile e aspirazione impossibile: sono questi alcuni dei temi al cui cuore scavano le parole di Eros e Tànatos, Calipso e Odisseo, Edipo e Tiresia. Parole capaci di trascinare ogni lettore, di qualsiasi epoca, a tu per tu con la vertigine della condizione umana. Nei suoi Dialoghi con Leucò fa dire a Orfeo:

Ognuno deve scendere almeno una volta nel proprio inferno privato“, e tale discesa avviene anche in tante altre sue opere.

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